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Iran Libero - 06/07/2009 12:23

Shirin Ebadi a Firenze: Nencini la riceve nel segno della libertà e dei dirtti umani

Appello del Premio Nobel iraniano ai governi occidentali perché premano sul regime di Teheran per il rilascio degli arrestati. Meglio sanzioni politiche che economiche, ha detto, perché quest’ultime colpiscono il popolo

Firenze – Firenze abbraccia Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace, accanto al suo simbolo più importante di libertà e autodeterminazione, il David di Michelangelo e offre tutto il suo impegno per la difesa dei diritti umani in Iran. “E’ la prima volta – ha detto questa mattina Riccardo Nencini, presidente del Consiglio regionale, ricevendo l’avvocatessa iraniana in prima linea nella battaglia per la libertà – che si tiene una lectio magistralis in questa straordinaria tribuna del David, dove nel 2006 si è festeggiata la Festa della Toscana”. L’impegno del Consiglio non è solo simbolico: “ Nei prossimi appuntamenti – ha aggiunto il presidente – domani, nell’incontro con il presidente del Parlamento regionale russo di Arkhangelsk Vitaly Fortygin, e mercoledì, in occasione dell’Ufficio di Presidenza della Conferenza delle Assemblee legislative regionali europee, parleremo della mozione approvata all’unanimità dal Consiglio nella quale si chiede al Governo italiano di non riconoscere la presidenza di Mahmoud Ahmadinejad, finché tutti i dubbi sulla legittimità del risultato elettorale non siano sciolti, o siano indette nuove elezioni, o non sia cessata la repressione”.
 

Shirin Ebadi ha ringraziato i rappresentanti dell’Assemblea toscana (con Nencini erano presenti Severino Saccardi, Alessandro Starnini, Angelo Pollina, Alessia Petraglia, Jacopo Ferri e Paolo Marini) per l’aiuto e la solidarietà offerta al dissenso iraniano e ha chiesto a Nencini di trasmettere la mozione alle Ambasciate dell’Iran all’Onu e in Italia nonché ai parlamenti regionali perché questa posizione, “importante per il popolo iraniano”, venga assunta a livello nazionale.
 

La situazione descritta dall’ospire iraniana è drammatica: “Voi italiani – ha detto – avete conosciuto la dittatura e l’avete superata ed è per questo che ci aiutate basandovi sulla vostra esperienza. A me non importa niente di chi sarà il presidente, ma del fatto che si sono comportati male con il nostro popolo”. La Ebadi ha raccontato della manifestazione pacifica conclusasi con i colpi sparati dal tetto di un edificio governativo che hanno provocato la morte di otto persone e con l’attacco alla casa dello studente dell’università dove sono stati uccisi altri 5 giovani e molti altri sono rimasti feriti. Gli arrestati secondo il governo sono 1.200, ma in realtà il numero è molto più alto: “Non sappiamo dove sono tenuti perché i reclusi non hanno il diritto né di chiamare la famiglia né di avere un avvocato: sono maltrattati e torturati per costringerli a confessare contro loro stessi”. La censura ha colpito la stampa: 34 giornalisti in carcere, i corrispondenti stranieri sono stati espulsi, internet e cellulari sono sotto controllo.
 
In una repressione che impedisce alle famiglie di commemorare i loro morti, tuttavia, la gente non perde occasione per manifestare in modo pacifico il proprio dissenso. “Ogni sera alle 10 dalle finestre di molti edifici i dissidenti gridano ‘Allah è grande’, mentre le madri di coloro che sono stati uccisi, o sono stati arestati, si vestono a lutto e ogni sabato alle sette di sera si siedono nei parchi in silenzio”. Ma anche queste proteste pacifiche vengono represse brutalmente, ha aggiunto l’ospite iraniana che, parlando con i giornalisti, ha rivolto un appello ai governi occidentali perché premano su Teheran per la liberazione di tutti coloro che sono stati arrestati, fra i quali anche due suoi stretti collaboratori: “Sono contraria a sanzioni economiche perché fanno peggiorare le condizioni del popolo – ha detto la giurista premio Nobel – è meglio il dialogo e il negoziato ma questi non possono essere illimitati. Se dialogo e negoziati non portano a comportamenti democratici la comunità occidentale deve usare sanzioni politiche, come per esempio abbassare il livello delle rappresentanze diplomatiche”.